E' una parola arcaica e ricca di energia, quella di Margherita Rimi. Una parola spesso ruvida, che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo, che trova qui una piena giustificazione nello scandirsi faticoso e senza automatismi letterari della sua pronuncia: "Dalla trasparenza / delle mie ossa / guardo / il mio bacino / Salgo / sui miei piedi / intitolati a me". Ed è una parola che arriva subito, che comunica con forza perchè dice cose essenziali, nella sobria concisione estrema dei suoi modi. Dice del corpo e della sua imperfetta meraviglia; e del suo problematico aprirsi al mondo, all'altro e alle cose, specchio e conferma di ogni singola esistenza. E dice della morte, che c comunica istante dopo istante, che è un'ombra che ci accompagna, non richiesta eppure irrinunciabile quanto decisiva. Ma che è non di meno il messaggio e il richiamo costante degli assenti, verso i quali dobbiamo conservare memoria e fedeltà. Più di ogni altra cosa, infatti, sanno radicare noi stessi in noi stessi e nelle nostre origini, che riaffiorano in questi versi anche nella controllata, discreta, ma efficace ripresa del dialetto, che non a caso è chiamato a concludere il libro, tra l'altro in uno dei componimenti più belli, con quelle presenze decisive: l'ombra che passa, la madre e i suoi pensieri, la notte e lo spavento, il corpo e il distacco.

Insomma, un'opera di sostanza, in costante tensione, capace di arrivare al cuore delle cose con una felice asprezza espressiva.

Maurizio Cucchi