Acquisito che il significato di una poesia sono le parole di cui è fatta, e che non sempre una poesia si lascia strappare il suo concetto semantico ed emotivo, bisogna convincersi che il primo uso da fasi di essa è semplicemente quello di leggere per interesse e piacere. Leggere e rileggere dato che le poesie sono spesso dense e brevi, piene di giochi verbali ritmici e concettuali.

Questa premessa è tanto più vera se la poesia è quella di Giuseppe Bagnasco (poeta inserito in varie antologie, operatore culturale serio e sagace) e segnatamente la sua ultima silloge L'amore viola. Cioè, l'amore come un nome, come un colore, forse anche come uno strumento a corda che vibra e produce suoni profondi: "E mi parla di te, di noi / di quell'amore / che non ebbe testimoni / se non dentro di noi / il nostro rimpianto" (le foglie della nostra insicurezza). "Forse fu un sogno / e forse dormo ancora / non sono desto / non mi svegliare" (non mi svegliare).

Sono poesie che, in una fitta trama di rimandi e nell'inarcatura tra verso e verso, ci restituiscono lo stupore, la magia, il dolore di un canzoniere d'amore che, come tale, si sottrae ai livelli della storicizzazione. Non si dimentichi, infatti, che la poesia è sempre un'operazione autobiografica, nel senso che esprime l'uomo, la sua cultura, i suoi vissuti.

Dalla prefazione di Pino Giacopelli