Il discorso, che Di Marco lucidamente sviluppa in più occasioni, merita
particolare attenzione e qualche chiosa. Il "falso" poeta di cui parla non è, a
nostro avviso, da individuare in quello che solitamente si appella "cattivo"
poeta, il cosiddetto versaiolo, tanto meno il dilettante che pratica la musa
onestamente - appunto, per suo diletto - senza nulla pretendere. I "cattivi"
poeti si mostrano con il loro volto, facilmente riconoscibili: amano la poesia
ma non sono confortati negli esiti, amano il volo ma non ne sono capaci. Il loro
gioco è scoperto. Il "falso" poeta dimarchiano è piuttosto quello che riesce a
spiccare il volo, che però resta basso e ch egli si ingegna a far apparire alto.
Non ha il profondo senso della parola che è connotato primario di un poeta, non
coglie le essenze, si ferma alle apparenze, osserva il reale, anche
attentamente, ma non riesce a penetrare in esso e perciò solitamente lo
descrive, ne dipinge l'aspetto. E' detentore di una qualità, se così possiamo
chiamarla, inopportuna per il poeta: la mediocrità.